sabato 19 marzo 2011

Il Trono del Re e della Regina.

Prendere in mano un pulcino può essere una cosa estremamente difficile. A Isabella, ormai, veniva naturale e i piccolini non emettevano un suono mentre passavano dal fondo della scatola alla sua mano. La musica cambiava quando i bambini cercavano di accarezzarlo, o peggio prenderne uno in custodia per un attimo, Il piccolo piumino giallo pigolava come un disperato perché la stretta di Lydia era troppo forte, mentre tra le mani di Teodoro la progenie delle galline si illudeva di avere sangue d'aquila, tentando di librarsi in volo e finendo con il tuffarsi al suolo.
  • «Attenti» disse nonna Isabella «una mano sotto le zampe, e una sopra, così li potete tenere al caldo...»
  • «Le zampine fanno il solletico!!» disse Teo trattenendo a stento la risata
  • «è morbidissimo... Possiamo portarne uno a casa Zio?» Chiese Lydia a Luigi che stava già cominciando a stancarsi di riacchiappare i pulcini che saltavano giù dalle mani di Teo;
  • «Non sarebbe un bene per lui, qui ha la gabbietta, sta assieme alla sua mamma e può muoversi libero...a casa nostra dovrebbe stare in cortile, e se passasse un gatto randagio mentre siete a scuola?»
  • «Gia, hai ragione... però possiamo venire a giocarci quando vogliamo vero?» Chiese Teodoro alla nonna;
  • «Certo, i pulcini sono fatti per stare assieme!!» disse l'anziana donna stringendo due dita sulla guancia sinistra del nipote rendendola di un bel colore rosso accesso
  • «Nonna, non chiamarmi pulcino! Sono grande adesso...»
  • «Per me sarai sempre un pulcino, e pulcino continuerò a chiamarti. Quando i pulcini crescono diventano polli, preferisci essere chiamato così?»
  • «no però...dai nonna, Chiamami Solo Teo...»
  • «e va bene, come vuoi pulcino...» rispose lei, e gli strinse anche l'altra guancia allo stesso modo.
Rimessi i pulcini dentro l'aia e tirato fuori Calimero dall'incubatrice, Nonna e nipoti si diressero dentro la casa, mentre Luigi si spostava verso il quadrato di terra dove cresceva la vigna per controllare lo stato delle viti.
L'interno della casa della nonna sembrava quasi un museo, era ricco di quadretti appesi ai muri, lavori di ricamo incorniciati, foto antiche e vecchi attrezzi da lavoro. Nel piccolo atrio dell'ingresso vi erano due tavolini, uno pieno di scatolette di latta che una volta contenevano biscotti dove la nonna conservava pezzi di stoffa e vecchi bottoni. L'altro invece ospitava una vecchia macchina da cucire, Nera e lucida che veniva azionata da un pedale incastrato tra le gambe metalliche del tavolo e collegato alla macchina con una corda. Quando era in funzione faceva un rumore assordante, eppure la sua ritmicità era estremamente coinvolgente e affascinante, tanto da essere diventato ben presto uno dei tre “giocattoli” proibiti in quella casa, assieme al fucile del nonno messo in disarmo ad un'altezza improponibile per dei bambini e ad un antico vaso rinchiuso da tempo dentro una credenza di vetro chiusa a chiave dal giorno in cui Teo mosse i suoi primi e stentati passi andando ad urtare involontariamente contro qualsiasi mobile della casa. Piedistallo dove il vaso poggiava era rimasto vuoto dal giorno, ma su di esso vi era ancora poggiato un delicatissimo centrino fatto a mano, in verità nella casa non vi era un tavolo, cassapanca, cassettiera o superficie orizzontale senza un centrino fatto a mano poggiato sopra. Isabella Teneva molto a quella casa e ad ogni ricordo ad essa associato. Sebbene il tetto dall'esterno non sembrasse promettere protezione e riparo, i lavori di restauro che l'anziana donna programmava ogni anno di fare, tenevano la sua dimora calda d'inverno, asciutta sotto la pioggia e fresca d'estate. Lei dava il merito ai muri di vecchia pietra, ma bastava essere li per capire che c'era qualcosa di più tra quelle mura, qualcosa che non era semplice pietra.
  • «volete mangiare qualcosa? Fare un po di merenda?» Disse la donna entrando nella sala da pranzo, girando attorno al tavolo e dirigendosi verso la grande credenza di noce al centro del muro di fronte al loro, sopra la quale poggiava un vecchio televisore che la nonna si preoccupava di tenere spento quanto più a lungo possibile;
  • «No, grazie nonna... abbiamo mangiato da poco....» Disse garbata Lydia
  • «Da poco? Cosa vuol dire poco? 5 minuti fa? 10?» Disse Isabella ancora girata di spalle mentre frugava nella credenza;
  • «Un ora, quasi...» Rispose Teo, un po imbarazzato da dover rispondere di no alla nonna, anche perché sapeva che non si sarebbe arresa facilmente.
  • «Ma un'ora e tantissimo! Dovete diventare grandi in fretta per aiutare la nonna... quindi, adesso, vi prendete una bella fetta di questa crostata! »

Bham! Un piatto di ceramica per dolci veniva messo sul tavolo con tutto il suo peso, facendo tintinnare la campana di vetro che proteggeva la crostata fatta il giorno stesso da nonna Isabella. Tolto Il coperchio di vetro L'odore della marmellata di More colpì i due bambini dritto al naso facendo loro scoprire una fame che non sapevano di avere. Era alta due dita, i bordi rialzati, dorati e un po frastagliati, avrebbe ricordato una corona ripiena di marmellata viola scuro se non fosse stato per una porzione mancante, una fetta tagliata, che non faceva altro che mostrare meglio ai bambini l'invitante interno del dolce.
  • «Questa l'ho fatta oggi, le more le ho raccolte ieri pomeriggio facendo una passeggiata lungo il sentiero per la cima, e prima di andare a dormire ne ho fatto una marmellata... dopo pranzo ne ho preso una fetta, poi per essere sicura ne ho presa un'altra... e proprio Buona! Sicuri di non avere fame? »
  • «Io ne prendo una fetta piccola!» Disse Teo!
  • «Io una grande!» Seguì Lydia.
  • «Allora ne voglio una grande anche io!!»
La nonna soddisfatta tagliò due belle fette di crostata ai bambini e le sistemò su dei tovagliolini di carta, ogni volta che il coltello toccava la marmellata, questa sembrava emanare un profumo sempre più buono, tanto che anche lei non riuscì a resistere e se ne taglio un pezzetto, minuscolo in confronto alle fette dei nipoti, ma abbastanza per poter far loro compagnia nella merenda.
Finite le fette e spazzolate anche le briciole, i due bambini chiesero il permesso alla nonna di andare a giocare fuori,
  • «Fate vedere le scarpe chiese lei..»
I due mostrarono alla nonna due enormi sorrisi e quattro scarponcini coperti di terra e fango
  • «Va bene, sono sporchi...Ma Lydia è stata più attenta a non pulirli! Prima di andare ho un premio per te! Comunque potete fare di meglio! Andate, ma state attenti e non disturbate le galline!!»
Ricevuta la benedizione della nonna, potevano finalmente andare a correre tra gli alberi e arrampicarsi sopra il vecchio Olivo che cresceva dietro la vigna.
Luigi li vide sfrecciare via, e lasciandoli al loro divertimento si dirisse dalla sua mamma con un paio di grappoli d'uva in mano e un sorriso luminoso in volto.
  • «Cosa gli hai fatto mangiare?» Chiese Luigi fingendo di essere disturbato dal desiderio della Madre di Viziare i nipoti.
  • «Solo cose Buone! E se non cambi tono di voce non te faccio toccare nemmeno un pezzo. E lavati le mani...»
Certe cose non cambiano mai, pensò Luigi entrando in casa per chiacchierare con la madre.
Mangiata una fetta di crostata e scambiati i convenevoli sulla salute e i vari acciacchi, Luigi esordì:
  • «Virginia ha trovato una piuma nera in un parco oggi.» e a queste parole le mani di Isabella si unirono poggiandosi sul suo petto;
  • «Povera Ragazza, si è spaventata molto?» chiese ansiosa al figlio
  • «Non immagini quanto, ho provato a dirle che non voleva dire nulla, ma...» la madre interruppe la frase che le suonava troppo denigratoria con un'esclamazione secca e dura.
  • «Non è vero che non vuol dire nulla! in passato ha sempre voluto dire qualcosa. Sarà per stanotte probabilmente...»
  • «Cosa? Sarà per stanotte, cosa?» sussurò. E gli occhi di Luigi si sbarrarono, curiosi e nervosi saettavano ovunque sul volto della madre, le mani strette a pungo sotto il tavolo, lingua stretta tra i denti in silenziosa attesa di risposta.
  • «Non lo so, ma sarà un cambiamento, Quando Camilla cambiava umore, era dalla sera alla mattina...Ma era una donna allegra, se suo figlio e come lei, non succederà nulla di male... state sereni... Portagli il resto della crostata! Non toglierà la paura, ma magari la farà stare meglio.»
I due Bambini Avevano corso a perdifiato per tutta la vigna e attorno agli alberi del frutteto, ciò che mancava era salire Sull'albero dell'ulivo fino dove il tronco era stato tagliato, a poco più di due metri d'altezza, il tronco era privo della punta ma dei rami erano comunque cresciuti attorno, sollevandosi verso il cielo. Sedersi li sopra, dove sarebbe dovuto esserci il resto del tronco, per Lydia era come guardare il mondo con gli occhi dell'albero. Per Teo invece era come prende posto su un trono, sicuro, che se ci fosse stato un re a regnare sulla montagna, avrebbe scelto quel posto per sedersi, anche se non si trovava sulla cima; Teo pensava ai Re come a delle persone speciali, un re e il capo di un popolo, quindi deve essere migliore di ogni altra persona... Ma non può dare semplicemente ordini, decidere le cose da solo e punire chi non ubbidisce a quello che decide lui... altrimenti non sarebbe un Re, ma solo un pirata, come quelli che obbligavano i prigionieri a remare sottocoperta come in una storia che aveva letto. Un Re, secondo Teo, doveva saper aiutare il proprio popolo e mettersi al servizio degli abitanti meno importanti di lui, quindi, perché stare in cima alla montagna, quando a metà strada si stava più comodi? Inoltre sarebbe potuto stare vicino al suo popolo, in particolare la nonna e le sue crostate. Se lui fosse stato re, avrebbe chiesto le crostate come moneta di scambio ufficiale.
Teo e Lydia si litigarono il posto per un po, poi decisero di sedercisi assieme, guardano uno in una direzione e una nell'altra, Teo verso la cima, Lydia verso la valle.
  • «Sarebbe bello poter volare sin laggiù vero?» chiese Lydia
  • «Sarebbe bello volare!» ammise mestamente Teo
  • «Credevo ti spaventasse volare...»
  • «No, mi spaventa cadere...ma Solo da molto in alto, sugli alberi non ho paura.»
  • «a Cosa stai pensando adesso?»
  • «a cosa farei se fossi un Re...»
  • «Se tu fossi un re, io sarei una regina... sono più grande!»
  • «Regina? Regina di cosa?»
  • «La regina della Valle, ci volerei sopra e distruggerei i nemici cadendo in picchiata dal cielo!»
  • «Le regine non volano... e forse se fossi la regina del cielo...»
  • «La regina del cielo e la madonna! Non si può essere la Regina del cielo... e poi, se posso essere Regina posso anche volare!» come se volesse dire, tanto che stiamo giocando di fantasia, giochiamoci bene. Ed il compagno di giochi non si fece ne pregare ne attendere
  • «Allora io sarei il re della montagna, e l'ombra del mio Regno schiaccerebbe il tuo ogni giorno! E mi trasformerei in un uccello per volare! Così nessuno saprebbe mai se sono o non sono io quello che vola»
  • «Che brutto! Non ti trasformeresti in corvo vero?» chiese Lydia tirando indietro la testa per guardare Teo inorridita
  • «No! Certo che no... sarei un Gufo, la montagna è piena, e quando volano nessuno si accorge di loro... devi essere fortunato per vederli, sono molto furbi.»
  • «a Me invece, piacerebbe essere un gabbiano...»
  • «Quello del mio sogno non sembrava essere molto fortunato...» Disse Teo un po preoccupato per la scelta di Lydia;
  • «Ma ha combattuto! E si è liberato... mi piace, deve essere molto forte!»
  • «Già... lo immaginavo...» ammise Teo lentamente, dando alla sua fantasia modo di galoppare libera per qualche secondo, sino a che la sorella non l'interruppe
  • «Cosa te lo fa dire che lo immaginavi?» Chiese Lydia un po incuriosita e un po' scocciata dal essere sempre così prevedibile per Teodoro.
  • «I nostri sogni sono sempre collegati no? Tu sei volata via, Il corvo ha colpito la sfera di luce e poi, rimasto senza, era triste...poi nel mio sogno con il gabbiano stretto attorno a se, non era triste... anzi, il contrario! e se la tua sfera e il mio gabbiano fossero collegati?»
  • «Che centra una palla di luce con un gabbiano?» chiese Lydia un po' diffidente alla teoria dell'amico
  • «Be, magari era un uovo... no?»
  • «No! Era troppo strano per essere un uovo... e poi dai... è già strano che sogniamo alcune cose uguali, perché ne vuoi aggiungere altre?» e saltando giù dall'albero si allontanò da Teo, un po infastidita, un po' distratta dal pensiero che Teo potesse avere ragione.

mercoledì 16 marzo 2011

La casa di Nonna Isabella

Mentre si dirigeva in soggiorno passando davanti alle scale, Virginia si vide precipitare tra le braccia un piccolo ciclone dai capelli neri che solo poco dopo realizzò essere sua figlia.
  • «Vuoi andare anche tu con lo Zio e Teo vero? »
  • «Posso mamma?»
  • «Non lo so, puoi?»
  • «Non ho compiti, ne niente da fare... e poi non vedo nonna Isabella da tantissimo!!! »
  • «Dai, non è tantissimo... non sarà passata nemmeno una settimana...»
  • «E tu lasceresti che passasse una settimana??»
Virginia si girò in direzione del soggiorno guardando di traverso la figlia, che era riuscita per l'ennesima volta a metterla in una posizione scomoda, realizzò così di doverle insegnare qualche arte che andasse oltre il semplice agitare la lingua a mo' di spada.
  • «Se ti do il permesso, prometti di acconsentire ad ogni mia richiesta?»
  • «Acconsentire vuol dire essere d'accordo?»
  • «Vuol dire dare il consenso, quindi rispondere di Si a qualsiasi cosa...»
  • «Ma non saranno cose troppo brutte?»
  • «Tua mamma potrebbe mai chiederti cose brutte?»
  • «Ok, allora va bene... farò tutto quello che vuoi!! posso??»
  • «Vai e divertiti, e dai un bacione a Nonna Isabella anche da parte mia!»

Lydia abbracciò la mamma all'altezza della vita e scappò ad infilarsi gli scarponcini per andare in campagna che teneva nel cassetto basso della scarpiera del sottoscala, al loro fianco lo spazio vuoto lasciata dagli scarponcini di Teo che il bambino aveva quasi finito di allacciare. Al contrario di qualunque altra scarpa di Lydia quegli scarponcini erano così sporchi che era difficile capirne il colore originario, e anche se il loro interno era pulito e fresco era difficile immaginare il motivo per cui una bambina fosse così felice di mettere delle scarpe tanto luride.
  • «Andiamo bambini... su di corsa in macchina!» Urlo Luigi mentre apriva lo sportello della sua auto prendendosi un momento per mettersi comodo al posto di guida.
Teodoro prese posto affianco al padre e pochi secondi dopo Lydia si tuffò sul sedile posteriore con i lacci delle scarpe ancora sciolti.
  • «Cinture?» chiese Luigi
  • «Allacciate!!» Risposero in coro i bambini mentre il motore si avviava rombando
  • «Salutate Virginia allora, partiamo!»

E mentre i bambini agitavano le mani e Luigi dava due colpi al clacson la macchina si lasciò casa e vialetto alle spalle.
Il viaggio non era dei più lunghi, una volta attraversate le vie più trafficate restavano pochi chilometri di strada panoramica, per poi finire sul sentiero di collina che avrebbe portato al piccolo pezzetto di Terra dove nonna Isabella aveva casa. Teo guardava fuori dal finestrino Mentre Lydia interrogava lo Zio su quello che avrebbe fatto una volta giunti a destinazione:
  • «Devi raccogliere L'uva oggi Zio?»
  • «No Oggi no, Ma forse ne prenderò qualche grappolo per assaggiarla...»
  • «Prenderai anche Angurie e meloni?»
  • «Meloni si, Angurie non so... se la nonna non le ha già raccolte, forse...»
  • «Possiamo giocare Con le galline?» chiese infine con un'inflessione speranzosa
  • «Potete Giocare! Ma non disturbate troppo le galline, dopo le nostre visite tardano sempre qualche giorno per fare le uova...»
  • «Non Disturbiamo le galline! Si divertono anche loro...»
  • «E come fai a dirlo?»
  • «Be, scappano! Se non si divertissero, sarebbero loro ad inseguire noi! No?»
  • «ahahah! Per fortuna eh? Loro hanno becchi e artigli... non avreste speranze!»
  • «Noo... Noi Potremmo sconfiggere le galline! Vero Teo?»
Teo tornò a guardare dentro la macchina per rispondere alla domanda, ma la sua risposta non fu quella che Lydia si aspettava:
  • «Non lo so, e se una volta sconfitte non fanno più uova? Meglio lasciarsi beccare un po e avere le frittate...»
Luigi rise ancora! Impressionato dalla praticità del ragionamento del figlio, da quando aveva imparato a parlare Teo non aveva mai smesso di stupire il padre ogni volta che apriva la bocca
  • «Sei molto Pratico eh!? Ma prenderesti lo stesso le uova di una gallina che ti becca la mano? Non le daresti un colpo in risposta?»
  • «e se lei mi becca di nuovo? Meglio prendersi una beccata e un uovo che due beccate e nessun uovo... no? »
  • «Non hai paura delle galline vero Teo?» chiese Lydia divertita
  • «NO! Ma non le voglio nemmeno picchiare...»

La macchina rallentò prima di svoltare a destra per una strada poco battuta che avrebbe portato ad un cancello verde con i cardini fissati su due colonne di cemento quasi completamente coperte da cespugli di cisto e ginestra che tracciavano anche i confini del sentiero che si estendeva oltre la cancellata. Luigi mise la macchina in folle, tirò il freno a mano e scese a spingere il cancello per poter portare oltre la macchina. Anche i Bambini scesero, sapendo già di dover richiudere il cancello una volta che la macchina fosse passata oltre. Luigi non aspettò i due e si diresse oltre la curva che nascondeva la casa e il resto del sentiero, mentre i bambini una volta richiuso il cancello si misero a correre dietro la macchina incuranti del fango che andavano calpestando, concentrandosi solamente sull'arrivare per primi al grande mandorlo che cresceva davanti alla casina della nonna a poco meno di cento metri dalla curva.

La casa si estendeva su un solo piano, escludendo la cantina dove venivano immagazzinate conserve, damigiane di vino, e vecchi attrezzi da lavoro; Le mura erano bianche e alte, il tetto di vecchie tegole rosse, alcune rotte, ma l'edificio non sembrava cadente. Se a qualcuno venisse mai in mente di schiacciare l'intera dimora della nonna in un'unica e striminzita parola, forse “vissuta” potrebbe fare al caso suo.

Quando i bambini Arrivarono al mandorlo, Lydia con pochi metri di vantaggio su Teodoro, Luigi era già sceso dalla macchina, ma non riuscendo a vedere dove fosse andato cominciarono a chiamarlo per nome a voce alta;
  • «Papà!»
  • «Ziooo!!!»
poco dopo il secondo Urlo Luigi Si fece vedere sbucando dal muro dietro la casa con un dito indice poggiato rigidamente sulle labbra mentre con l'altra mano faceva gesto ai bambini di seguirlo dietro la casa, verso il pollaio, ovviamente in silenzio.
La maggior parte delle galline razzolava davanti all'aia tranquille, ma oltre il recinto la gonna Nera di nonna Isabella sbucava fuori dalla casina di legno dove le galline andavano a dormire. Luigi Fece entrare i Bambini dentro il pollaio, e alla nonna non ci volle molto per voltarsi, mettersi in piedi e sorridere ai nipoti.
Nonna Isabella vestiva con una lunga gonna nera e una camicetta blu molto scuro e un po' rovinata che usava proprio per lavorare, aveva un bel sorriso seppur non mostrasse alcun dente e anche se gli anni le avevano lasciato qualche macchia sul volto queste imperfezioni non sembravano togliere qualcosa alla bellezza che in gioventù doveva essere sfolgorante. Gli occhi Grigi chiaro saettarono da Teodoro a Lydia e le mani salirono da prima da aggiustarsi i capelli, per la maggior parte stretti in una crocchia, e poi si protrassero verso i bambini poggiandosi sulle guance di entrambi morbide come il velluto avvicinando i loro volti al suo e dando loro un grosso bacione, che svelto Teo si affrettò a cancellare via con il dorso della mano una volta che la nonna girò a prendere il cestino di uova lasciato nel pollaio, e facendo poi cenno ai bambini di prendere posto, in silenzio, la dove stava lei.

Dentro una scatolina di plastica trasparente illuminata da una lampadina, una minuscola ala bianca, un po umida usciva fuori da un ovetto rotto quasi per tutta la sua circonferenza. La nonna batté un colpetto sulle spalle di entrambi per farli girare verso di lei e assicurarsi che lo spettacolo fosse di loro gusto. Loro sorrisero e tornarono ad osservare L'uovo che stava per schiudersi mentre Nonna Isabella, da dietro gli sussurrava
  • «Manca pochissimo, non perdetevelo!! avevate mai visto un pulcino così piccolo??»
Entrambi rimasero in silenzio, limitandosi a muovere il capo da destra verso sinistra, come ipnotizzati da quello scricciolo che lottava per vivere.
Lydia provò ad allungare la mano verso l'uovo, ma Teodoro le intercettò il braccio fermandolo a metà, come se avesse capito le intenzioni di Lydia di aiutare la schiusa. Le strinse da prima il polso, e lei accentando di rimanere paziente gli strinse la mano fremente nell'attesa. Un secondo dopo l'uovo si ruppe e il pulcino che per un attimo si trovo a zampe all'aria si sollevò sulle zampette fini sottili più del picciolo di una mela, un pezzo di guscio gli rimase sulla testa, e il piumaggio bianco, che umido com'era sembrava tendere al grigio sotto quella luce fece nascere nella bocca dei bambini la stessa esclamazione:
  • «CALIMERO!!!»
I due uscirono per mostrare il piccolo a Luigi e alla nonna, anche se Il pulcino si era già scrollato di dosso il pezzo di guscio, ma prima di raccontare qualsiasi cosa a qualcuno dovettero sgranare gli occhi un'altra volta. Luigi teneva tra la mani uno scatolone che pigolava allo stesso modo del pulcino che era appena uscito dall'uovo, Al suo interno vi erano altri cinque palline di piume bianche, alcune un po più gialle che urlavano la loro fame e la loro voglia di libertà.
- «Vi Piacciono? Sono nati mentre voi eravate a scuola stamattina... quello che avete chiamato Calimero invece sembra che vi abbia voluto aspettare»

mercoledì 29 dicembre 2010

Il grande Corvo

«Ho rivisto per un attimo la stanza, è stato molto più veloce del solito e non c'era nessuno stavolta» Disse Lydia con un breve sospiro « sono riuscita a distinguere un'altro pezzo delle forme con cui è decorato il suolo, poi lo aggiungo al disegno! Comunque subito dopo mi sono trovata in casa, affianco al mio letto... come sempre la stanza era più piccola e come mi hai suggerito sono uscita dalla finestra per fare prima! Stanotte il sole era verde e tutto attorno alla casa aveva preso quel colore.... sembrava di stare in mezzo ad una valle erbosa, dove anche le case sembravano essere state tutte coperte di erba! E poi l'ho risentito! Era dentro una palla di luce bianca... ma il corvo è uscito fuori e ha colpito la palla di luce che è sparita! Poi si è girato verso di me... ma stavolta ho provato a inventarmi qualcosa come hai detto tu... ma io sono riuscita solo a muovermi... ho saltato e mi è sembrato quasi di volare! Ma poi sono caduta e il sogno e finito...»
  • «Volare? Quanto hai saltato in alto? » le chiese Teo con gli occhi sbarrati.
Era rimasto incantato dal racconto, a partire dal paesaggio erboso dove ogni cosa era verde e coperta da un manto vegetale. Guardò fuori dalla finestra immaginando il paesaggio uniformato nel colore dell'erba di prato mentre Lydia rispondeva cercando di riportare alla mente la sensazione del sogno
  • «Ho saltato molto in Alto! Ho guardato il corvo negli occhi! Sembrava triste... si alzava man mano che mi sollevavo io e per un po mi è sembrato di volare perché non sentivo nessun peso, solo la voglia di salire più in alto del corvo... ma davvero... quando ho visto il corvo negli occhi non volevo più superarlo... era triste davvero! »
Teo continuò a osservare fuori, ma non era rimasto insensibile alle parole di Lydia, e quando la sorella finì lui la fissò un attimo prima di parlare.
  • « Ho visto anche io la sala... ma non ho visto il pavimento, ho fissato il soffitto! Era fatto d'acqua! Ed emetteva una luce verde! Ma non colorava il buio della sala... poi tutto è sparito e mi sono ritrovato a scuola. C'erano le solite statue e la grossa colonna che da sopra la scuola si alzava verso il cielo... poi da sopra la colonna e sceso il grande corvo! Era più grande dell'ultima volta e aveva un gabbiano tra le zampe! Non so cosa ci volesse fare ma il gabbiano sembrava arrabbiato... aveva gli occhi gialli e beccava forte le zampe del corvo! Io sono scappato dentro le piante di rovo della scuola, che si sono trasformate in ferro come sono entrato... non ricordo se l'ho voluto io o se sono state loro da sole... ma il corvo non è riuscito a toccarmi... poi il gabbiano si è illuminato tutto ed è scappato via e io sono scappato dentro la scuola. Ho camminato un po per il corridoio e quando sono arrivato al cimitero Due grosse luci gialle mi hanno accecato... sembravano due occhi enormi... non solo ho smesso di sognare! Mi sono anche svegliato!»

Teo era particolarmente agitato mentre raccontava il suo sogno, ma si prese di proposito una pausa per calmarsi e per raccontare l'ultimo e più inquietante particolare a Lydia che stringeva forte le sue ginocchia nella speranza che quel racconto non fosse finito li.
  • «Teo! Luigi sta andando in campagna da tuo nonno... »
  • «Mamma!!!»
  • «Ziaa!!!»
  • «Ok! Scusate... tanto non ho sentito nulla dei vostri sogni... »
  • «Come facevi a sapere che parlavamo di sogni allora??» disse Lydia adirata
  • «l'ho immaginato... di sicuro non siete riusciti a farlo di mattina, quindi...» si giustificò Virginia
  • «Ok Zia, non fa niente... chiudi solo la porta un attimo, finito qui raggiungo papà.»
  • «Va bene, ma fai in fretta, sai che non sopporta aspettare...» e chiudendo la porta dietro di se lascio i bambini al loro gioco.
Teo fissò la porta per un attimo, come se volesse guardarci attraverso per capire se la zia stava ancora li dietro e potesse sentire la loro discussione, non che se ne vergognasse, o almeno non molto. Ma preferiva tenere quei racconti solo per Lydia.
  • «C'è un'ultima cosa» disse Teo quando pensò che ormai non c'erano orecchie a poter intercettare il loro racconto «Ho risentito la voce! Ma non nella stanza... era dietro le due luci gialle!»
  • «La voce? Cosa ti ha detto!!» Lydia aveva lasciato le sue ginocchia per stringere le mani di Teo che non rimase stupito dal contatto, Lydia aveva spesso il vizio di mettere la mani addosso, ma quella volta la sua stretta fu particolarmente energica
  • «Ha detto “c'è n'è un'altra qui” ma non ho capito cosa volesse dire... mi sono svegliato prima di poter chiedere qualcosa...» e si liberò dalla stretta di Lydia, dato che al contrario di lei poteva farne a meno
  • «Cosa? Avresti chiesto qualcosa? E cosa speravi ti rispondesse? »
  • «non lo so... qualcosa... se sapevo la risposta non facevo la domanda! Dai... fai il disegno, quando torno lo voglio vedere!» disse il bambino scendendo dal letto per andare a raggiungere il babbo.
  • «Aspetta! Chiedo a Mamma se posso venire con voi... anche io ho voglia di andare in campagna! E ho voglia di vedere nonna Isabella!»   

sabato 25 dicembre 2010

Il Gioco (nda: Buon natale a tutti!)


Una volta in macchina la guida di Virginia divenne molto più cauta e tranquilla. Nelle code per i semafori non suonava il clacson se l'auto davanti a lei non sfrecciava via allo scattare del verde, mentre le auto dietro di lei dovettero più volte ricordarle di non essere ancora arrivata a destinazione. Giunti a casa Lydia e Teo scesero scattanti giù dall'auto per aprire il cancello e far entrare l'auto nel vialetto, e lasciando a Virginia il compito di richiuderlo scapparono dentro casa dove l'odore del pranzo colpiva le loro narici ricordandogli quanta fame avessero.

In casa Lanotte niedda non c'era una cosa che mettesse più in disaccordo i suoi inquilini come scegliere cosa mettere a tavola. Tutti loro avevano gusti estremamente diversi.
Ad esempio, per quanto Teo adorasse le carote non sopportava di sentirne il sapore nel sugo al ragù, al contrario Lydia che adorava il sugo al Ragù non era capace di mangiare verdure senza fare qualche palese espressione di disgusto. Virginia e Luigi invece, gli adulti, mangiavano tutto ciò che veniva messo in tavola ma entrambi trovavano discutibile la cucina dell'altro e avendo l'abitudine, che l'etichetta definisce pessima, di essere estremamente sinceri l'uno con l'altra spesso l'ora di pranzo diventava motivo di leggeri malumori. Erano solamente quattro i piatti che potevano mettere d'accordo tutti gli abitanti di via dell'arco Romano 87, uno di quelli era la pasta all'amatriciana di Luigi. Per prepararla a Regola d'arte era necessario che Luigi tagliasse i pelati ed eliminasse personalmente ogni seme, il soffritto andava preparato con il guanciale e non con la pancetta come si fa quando si ha molta fretta e poca voglia di perder tempo a tagliar via cotica e fare i cubetti. Inoltre a suo dire non andava usato ne peperoncino ne altre spezie se non il pepe del guanciale eppure, anche se nessuno ammetteva di avere la bocca così delicata, quella pasta pizzicava sempre un po', ma non dava mai fastidio anzi, spesso aumentava l'appetito dei commensali.

I Bambini non vedevano l'ora di mettersi a tavola così buttarono gli zainetti nel soggiorno, mentre passavano davanti alla porta per andare in bagno a lavarsi le mani.
  • «Poi rimetteteli in stanza! Non voglio disordine! »-
Urlò Virginia mentre entrava in casa poggiando le chiavi dell'auto sopra il mobiletto dell'ingresso, precisamente affianco al piattino per le chiavi.

  • «Come è andata la giornata? Sei riuscita a calmarti poi? » le chiese Luigi affacciandosi sull'ingresso dalla porta della cucina indossando un bel grembiule rosso con su la scritta “baciami, sono il cuoco” in grosse lettere bianche.
  • «Solo quando li ho avuti con me, e più che calmarmi ho cercato di non far preoccupare loro... Ogni santa volta gigi, Ogni santa volta! C'è sempre una qualche piuma nera... » rispose Virginia mentre gli stampava un bacio sulla guancia, un po come saluto, un po' perché aveva imparato a rispettare gli ordini scritti su un grembiule.
  • «È solo un caso, ti ho già detto tempo fa che Camilla ha costruito chissà quanti acchiappasogni con le piume nere... »
  • «E se fossero state sfortunate o cose così non pensi le avrebbe usate... ricordo...Forse lei le usava perché non portassero sfortuna! Per esorcizzare qualcosa... »
  • «Stai dando della strega a mia moglie? »
  • «Glielo dicevo in faccia più volte al giorno se ben ricordi... »
  • «Gia... ma continuo a credere che siano cavolate le tue... rilassati... i bambini stanno bene, noi stiamo bene, e... » in quel momento i bambini entrarono in cucina dirigendosi verso i cassetti delle tovaglie e delle stoviglie « una volta riempite le pance staremo molto meglio! Su su... ancora 3 minuti e sarà tutto pronto! Ehi voi due... il grembiule rosso! » I bambini lasciarono i cassetti e presa una guancia a testa baciarono Luigi che si era chinato ad un'altezza accettabile per Lydia ma che richiedeva a Teo di mettersi sulle punte dei piedi.

Virginia Rimase in silenzio mentre aiutava i bambini a sistemare la tavola, aprendo la bocca giusto per riprendere Lydia che invertiva l'ordine di forchetta e coltello al piatto di luigi. Una volta che, pasta nei piatti, il cuoco augurò un buon appetito a tutti per alcuni minuti non si udì nient'altro che forchette sbattere sui piatti, raschiare ogni tanto sui denti di uno dei bambini e mascelle che lavoravano felici sino al momento in cui a turno ognuno dichiarò di voler fare il Bis.

Finita la pasta Virginia si alzò per preparare il caffè per lei e Luigi mentre L'uomo chiese hai bambini come fosse andato il primo giorno di scuola, sentendosi raccontare di Alessandro, della sua mamma altissima e del piccolo errore di pronuncia che fece ridere la classe.
  • «Non è stato molto carino però... alcuni non la smettevano più di ridere!» Sentenziò Teo
  • «Già, ma è stato divertente... sembrava volesse dire che era morto o quasi! » rispose Lydia
  • «Già, ma non per lui...»
  • «Già, ma quando una cosa fa ridere Ridi! »
  • «Già, ma io non ho riso! »
  • «Già!Già!Già!Già! È già ora di smetterla secondo me... » Disse Luigi mettendo un freno a quella piccola discussione « non puoi fare una colpa a Lydia perché ha riso... sicuramente se avesse pensato di fare un torto a quel bambino non l'avrebbe fatto... si chiama Alessandro giusto? Non sembra un nome tedesco... »
  • «Il padre è italiano, anche il cognome è italiano, Si chiama Armato » disse Teo per rispondere al dubbio del padre.
  • «Chiaro! Ok, adesso mentre noi ci prendiamo il caffè, voi potete andare a giocare! Tanto non penso abbiate compiti... giusto? »
  • «Maestra Maria vuole controllare i quaderni delle vacanze domani, così se qualcuno non li ha finiti può farlo oggi... ma chi li ha finiti è libero! Come noi. » Rispose Lydia e scendendo dalla sedia prese Il piatto e forchetta e li portò al lavandino come Teo aveva fatto mentre lei parlava.
  • «Aspettate! Non volete un po di frutta? » Disse Virginia mentre si apprestava a versare il primo goccio di caffè uscito dalla moca in un bicchiere con dello zucchero così da preparare un po di crema per i caffè ed eliminare la parte più forte.
I Bambini non risposero, Lydia fece appena un cenno del capo mentre Teo prese una banana e se la portò via per mangiarla più avanti.

I due bambini salirono al piano superiore, riportando gli zaini dal soggiorno alle loro stanze. La stanza di Teo dava l'impressione di essere molto più spaziosa di quella di Lydia, per quanto in realtà fosse leggermente più piccola. Ma a lui piaceva così. Non sembrava esserci il letto, ma in realtà era solamente posizionato sopra un armadio a ponte, sotto il quale c'era il guardaroba e una piccola scrivania.
Alle pareti vi erano i poster di alcuni personaggi dei cartoni animati e varie mensole con modellini di aeroplani e automobiline costruiti da lui con i lego o regalati dopo un'esplicita richiesta a babbo natale, suo padre non credeva che fossero i giochi adatti ad un bambino quelli che non potevano essere toccati. Ma, per certi versi, i giochi preferiti di Teo erano giochi che non solo non potevano essere toccati, ma nemmeno visti, ascoltati, odorati e quantomeno gustati. I giochi di Teo si potevano solamente giocare.

Quando Lydia entrò nella stanza trovò Teo con il braccio teso dietro l'armadio nel tentativo di recuperare un elemento fondamentale del loro gioco. Il quaderno segreto.
Una volta recuperato i due si arrampicarono sul letto di Teo attraverso la scala messa sul lato del mobile, e una volta seduti sul letto una di fronte all'altro Lydia prese la parola:
  • «Allora? Inizi tu? Cosa hai sognato stanotte? »
  • «Non puoi mica chiedermelo così! Dovevamo fare quell'altra cosa prima no? » Disse Teo sconsolato nel apprendere che l'amica aveva più fretta di quanta ne fosse necessaria per giocare come si doveva.
  • «Ahi Ragione... ma facciamolo assieme... non sono sicura di ricordarlo bene, dopo solo una volta. »
  • «Ok, è per quello l'avevo scritto » la rassicurò Teo aprendo il quaderno e mostrandole ciò che aveva scritto a grandi lettere nella copertina. Così, in coro si chiesero:
  • «A dispetto del Grande corvo, racconta al/alla tuo/a sorella/fratello che mondo hai visto quando credevi di sognare... »
  • «Ok Lily! Inizia tu! »


domenica 5 dicembre 2010

Ritorno a casa.



Le pareti delle case sfrecciavano scolorite al passaggio di Virginia, l'erba che pestava era tagliente, la strada fredda e sporca eppure lei non si fermò per calzare le scarpe se non davanti ad un semaforo rosso, usato come appoggio il tempo necessario a completare l'operazione di rivestimento. Probabilmente il verde non si era ancora riacceso, ma quando la fretta vince la pazienza, i colori dei semafori sono vezzi superflui; la corsa di Virginia non si arrestò nuovamente se non per cercare le chiavi nella borsetta, e una volta inserite nel quadro fu sufficiente l'attimo richiesto per girarle per uscire dal parcheggio e dirigersi verso la scuola. Nel silenzio dell'auto i pensieri si affollavano, e il motore troppo delicato forniva un sottofondo bianco alle sue peggiori fantasie e memorie mentre immagini scolorite sostituivano i veicoli e i palazzi che superava più velocemente che poteva. Piume nere cadevano dagli alberi al posto delle foglie, e i loro rami umidi non erano mai sembrati così rossi. Chiamò Luigi con il viva-voce mentre una di quelle immagini prendeva la forma del suo viso in una tragica sera di otto anni prima.
«...Pronto?» fa lui con la voce stanca dall'altra parte della linea
«Pronto Gigi? Sono io... ti ho disturbato?» La sua voce è leggermente più alta di quanto vorrebbe ma nonostante ciò non si ferma a respirare propriamente.
«...no... cioè, stavo dormendo un po'...ma contavo di svegliarmi a breve per l'arrivo dei bambini...»
«Ok! Quindi tutto bene giusto? »
«certo! Che succede?» e nella domanda di lui era possibile sentirvi una leggera ansia da contagio, ma che spari in fretta al sentire il profondo respiro di Virginia alla cornetta poco prima che rispondesse:
«Niente, spero... ho trovato una piuma nera mentre...»
«Virginia non ricominciare!» la pregò Luigi con la voce di chi ripone le armi davanti ad uno spietato nemico
«Ero a piedi nudi! L'ho pestata!» disse lei, come se quello fosse una prova incontestabile, in nome del quale tutto era giustificato.
«Non importa! Poteva anche volarti dal cielo dentro un orecchio... non vuol dire niente! » sperando che con lo scherzo potesse vedere sotto un'altra ottica la sua affermazione
«Non dirlo! Quando non si crede è peggio! » Rispose lei rimpiangendo il fatto di essersi preoccupata anche per Luigi, il quale, non gli rimase che una via per toglierli di testa il pensiero di quel falso presagio.
«sento al telefono che sei in auto e stai correndo! Non credi che sia molto più pericoloso di qualunque cosa i bambini a scuola o io sul divano stiamo affrontando in questo momento?» Lui doveva attaccarla!
La donna rallentò, ricominciò a rendersi conto che i palazzi avevano i loro colori, gli alberi avevano il tronco marrone, e il loro fogliame non era certo nero.
« Ti ho detto mille volte di non dormire sul divano! Poi hai male alla schiena...»
«Forse la piuma voleva avvertiti del mio mal di schiena allora...» e persino al telefono era chiaro che Luigi stesse ridendo del suo successo.
«ok, ma vado comunque a scuola a controllare che stiano bene... tanto non ho altro da fare...» disse lei, trattenendosi sia dal ringraziarlo per averle levato un po d'ansia dalle spalle, sia dal chiamarlo farabutto come voleva il suo primo istinto.
«va bene, vai piano... cosa vuoi per pranzo? »
« un po di pasta al sugo, ma niente ragù...o carne in genere...puoi inventarti qualcosa?»
«credo di si, ci vediamo più tardi! Prendi dei respiri profondi se non li vedi uscire per primi...»
«ah ah ah... simpatico... a dopo! »
«ciao, a dopo!» Disse lui, chiudendo la telefonata e cominciando a stiracchiare braccia e gambe per riprendersi dal torpore in cui il sonno e il comodissimo divano l'avevano costretto.
Ancora non aveva riposto tutta la spesa al suo posto, dopo aver rimosso i prodotti destinati al frigo si era concesso di riposare qualche oretta, e benché contasse di svegliarsi leggermente più tardi, quel tempo in più tornava utile per preparare la ricetta che aveva in mente di usare per celebrare il ritorno a scuola e l'ultimo giorno come agente immobiliare di Virginia.
La sua amica voleva un po di sugo, ma Lydia non sempre lo gradiva, al contrario dei frutti di mare di cui andava pazza. Per concludere, Teo prediligeva pasta a pranzo, in particolare spaghetti.
I suoi gusti venivano in secondo piano, avrebbe mangiato qualunque cosa rendesse felice il resto della famiglia. Così ritirò dal frigo le vongole che aveva preso al mercato ittico quella mattina e le rovesciò nel lavandino per dargli una bella lavata prima di cominciare a cuocerle. Buttate poi in un pentolino con un po' d'olio, aglio e prezzemolo aspettò che il fornello facesse il suo lavoro sbucciando un po di pomodorini messi poco prima a sbollentare in acqua calda. Di solito avrebbe usato del semplice concentrato per dare alle vongole un po di colore, ma un sugo di pomodorini freschi sarebbe venuto meglio in contro alla richiesta di Virginia. Una volta sbucciati, bastava cospargerli di sale e schiacciarli su un tagliere dopo averli tagliati a metà, così da disperdere l'acqua in eccesso in essi contenuta. Mentre i pomodori riposavano sul tagliere leggermente inclinato sul bordo del lavandino, le vongole si erano aperte completamente al caldo dell'olio e il loro profumo invadeva la cucina. Sarebbe bastato aggiungere i pomodori e continuare a cuocere a fuoco basso, ma sapeva che lasciare liberi due bambini di infilare le dita nel proprio piatto con la scusa di mangiare le vongole sarebbe stato un'imprudenza da papà alle prime armi. Tolto quindi il pentolino dal fornello con un cucchiaino cominciò a sgusciare le vongole una ad una, buttando quasi tutte le conchiglie in un sacchetto. Ributtando poi i molluschi nel pentolino con l'aggiunta dei pomodorini bastava lasciare cuocere fino a quando la polpa degli ortaggi non si sarebbe sfaldata almeno in parte colorando completamente il condimento. Mentre osservava il sugo ribollire sul fornello la mente di Luigi vagò nei giorni in cui insegnava a Teo e Lydia come trovarle al mare, e come distinguerle dalle arselle che era facile trovare sul bagnasciuga con un po di attenzione e pazienza.
Era veramente felice di aver accettato la proposta di Virginia di vivere tutti assieme in quella casa, in barba al mal pensare che viene facile quando chi vive scendendo a patti con la propria coscienza, come purtroppo capita spesso in Italia, guarda da fuori una situazione che non riesce a comprendere, non per la sua complessità quanto per la sua mancanza di corruzione.
In quel sugo che ribolliva sentiva le risate di quelle persone che attraverso un patto non scritto ormai poteva chiamare famiglia.

[...]A distogliere Luigi dai suoi pensieri fu lo sguardo fugace lanciato fuori dalla finestra della cucina, verso l'albero sopra il quale tre nuvole si allineavano parallele tra loro, come un graffio bianco in mezzo al cielo. Un'immagine che dava ragione a Virginia, ma non nel senso tragico che voleva leggervi lei.
Quando troviamo qualcosa al di la delle nostre capacità di comprensione, chi non è curioso si preoccupa, per entrambi i casi chi ha fantasia cerca di darsi una spiegazione e chi non ne ha riflette su ciò che può osservare e capire. Quasi sempre si commettono dei grossi errori qualunque cosa si faccia. Per sua fortuna Luigi possedeva quella mente che, chi non riesce a definirla semplice, la definisce saggia; quando si trova qualcosa che non poteva capire, una mente semplice lo accetta, e se una spiegazione fosse necessaria, non restava che aspettare che arrivi da se, preoccuparsi non sarebbe servito a niente, ne cercare una spiegazione prima che questa fosse necessaria. L'unica cosa necessaria in quel momento era osservare il sugo, mettere a bollire l'acqua, e attendere l'arrivo dei suoi cari.[...]

L'ultima ora di lezione del primo giorno di scuola non è mai lunga come quelle che sarebbero venute nei mesi a seguire, anzi, per chi sta completando il disegno di ciò che si è fatto durante le vacanze può essere anche troppo corta. Per Alessandro ad esempio, che per tutta la giornata aveva dovuto lottare con l'imbarazzo di parlare una lingua usata solo con i suoi nonni prima di quel giorno, la campanella squillò prima di aver completato la colorazione, lasciando la sua opera incompleta e priva della possibilità di dargli quell'attimo di rivalsa di cui aveva bisogno, quantomeno sentiva di volere, per esprimere qualcosa che la sua pronuncia impacciata credeva gli avesse tolto. Solo Teodoro, seduto al suo fianco poté sbalordirsi dell'abilità nel disegno dimostrata da Alessandro, persino la Maestra Maria non avrebbe saputo fare un orso tanto realistico quanto quello sul foglio del compagno di banco.
«Ma sei bravissimo! Chi ti ha insegnato? »
«Nessuno..»Rispose timidamente Alessandro «..forse hè che dissegno molto...» aggiunse, in un tentativo scialbo di giustificarsi
«io credo di disegnare molto, ma i miei alberi continuano ad assomigliare a palloncini...»
«Ma le tue nufole sono belle! Tofresti proffare di fare l'albero meno tritto nella parte marrone e quella ferde a forma di nufole... »
«Dai... » disse con un sorriso Teo «voglio provarci! Grazie...»
A sorriso, Alessandro rispose con sorriso. Quel giorno di scuola aveva insegnato molte cose, anche se queste non rientravano propriamente nel programma di studi.
Suonata la campanella, era il momento di tornare a casa. Solita procedura, i bambini in fila con i compagni di banco aspettando il via della maestra per varcare la soglia della classe. Fare il percorso a ritroso verso il portone d'ingresso era un'esperienza molto più appagante, non solo perché si lasciavano alle spalle le noie delle lezioni, ma perché si andava incontro al sole, che dopo mezzogiorno, lanciava i suoi raggi diritti verso il portone inondando il corridoio di calda luce.


Arrivati al cortile una folla cianciante di mamme fissava il portone cercando di scorgere il proprio figlio o figlia nella fila, che si sfaldava non appena le coppie mettevano un piede fuori dal portone. Tra le mamme Virginia sembrava essere la più ansiosa, e quando Teodoro congedatosi da Alessandro che in fretta era corso incontro ai genitori, lei lo abbracciò con più vigore del normale lasciando il piccolo in lieve imbarazzo
«Zia! Dai...» disse cercando di divincolarsi, ma lei lo lasciò solo per stritolare Lydia che uscendo tra gli ultimi aveva regalato alla madre qualche secondo di paranoia extra.
Anche la bambina rimase stupita da quella dose abbondante di affetto, ma anziché lamentarsene la ricambiò al meglio delle sue forze.
«uuh! Stiamo diventando forti eh?» disse Virginia «come è andato il primo giorno raggi di sole?»
«Benissimo!» disse Teo
«Bene!» aggiunse Virginia «C'è un bambino nuovo quest'anno... guarda... quello vicino alla signora alta! È in banco con Teo»
Virginia osservò la signora, decisamente impressionata dalla sua altezza. Si aspettava un cambiamento, un qualcosa che sarebbe successo ai suoi bambini, e ogni cosa poteva essere un indizio:
«oh...» commentò « andiamo a salutarli?» chiese ai due che le davano la mano, i quali annuirono senza esitazione.
Ma nel tempo necessario per raggiungerli, Ale e sua madre erano già usciti fuori dal cancello mentre la folla di bambini e genitori ostacolava il passaggio di Virginia e prole che, con diversi livelli di dispiacere, dovettero rimandare le presentazioni ufficiali.


venerdì 26 novembre 2010

Erba fresca sotto i piedi


Ci sono cose che la vita ci costringe a fare, altre che ci costringiamo a fare noi stessi. Delle volte chiamiamo “scelta” la strada che percorriamo, ed è facile riconoscere chi nel farlo mente. Puoi fare lo stesso lavoro per anni, sorridere tutti i giorni ed essere felice dei piccoli traguardi raggiunti con fatica, poi smetti di sorridere e invece della tristezza senti il sollievo. In quel momento capisci che sei un bugiardo e puoi di nuovo scegliere: continuare sulla strada e mentire o toglierti le scarpe e passeggiare sull'erba che cresceva lungo il sentiero. Quando Virginia capì che la parte migliore del panorama era poterne fare parte, diede al suo capo la lettera che, con un mese di preavviso, lo informava delle sue intenzioni. Da quel giorno camminando per l'ufficio le sembrava di sentire l'erba sotto i piedi e la rugiada tra le dita, si sentiva libera e il lavoro le risultò più leggero di quanto non fosse mai stato. Dopo il primo compleanno di Lydia, Virginia si rese conto che non le sarebbe stato facile continuare a vivere con la sola indennità del marito, e non voleva che sua figlia crescesse senza avere un punto di riferimento, una figura nella sua vita che le mostrasse cosa volesse dire lavorare. Gli studi universitari mai completati non potevano aiutarla, e riprenderli a quel punto sarebbe stato un grosso azzardo, cercò quindi impieghi come rappresentate e venditrice, puntando sui suoi modi gentili e la bella presenza, qualità richiesta in ogni annuncio e che seppur timidamente lei sapeva di possedere. Con sua Grande fortuna trovò lavoro presso una agenzia immobiliare che le garantiva uno stipendio minimo pari all'indennità statale e la possibilità di ricevere delle provvigioni su ogni vendita conclusa con successo. Molti furbi le consigliano mantenere l'indennità e se proprio voleva lavorare richiedere unicamente le provvigioni così da farle passare come attività occasionali o direttamente non denunciarle ed evadere le tasse, ma non era quel tipo di persona e, per non esprimere giudizi su quei consigli, rispondeva di non voler dare quel esempio alla figlia di un uomo come fu Federico.
Lavorare nel settore immobiliare era molto duro, un ambiente competitivo dove per emergere era necessario essere perlomeno un po' venali, se non si è capaci di diventare all'occorrenza degli squali. Per Virginia la parte peggiore era fare rapporto delle proprie vendite al suo responsabile, una donna che rispondeva al nome di Silvia.
Quando Virginia iniziò a lavorare le insegnò tutto lei, compresi alcuni trucchi non proprio deontologici che sebbene L'allieva non fosse capace di usare, facevano parte di una cultura che era meglio tenere segreta, e per questo motivo, veniva tramandata da un maestro solamente all'allievo più meritevole, come un'antica arte marziale il cui scopo era spennare i polli.
Questa donna era fattezze estremamente minute, con un volto delicato e morbido, sempre colorito che le dava quando sorrideva un'espressione di eterna bambina. e la sua voce sembrava unta con il miele e spolverata con lo zucchero, ma quando una vendita veniva chiusa al disotto delle sue aspettative diventava rauca e sottile come un sibilo e i suoi capelli ricci si gonfiavano dietro la nuca dandole l'aspetto di un grosso gatto soriano a cui avevano appena pestato la coda. Questo era l'aspetto di Silvia nell'ultimo mese ogni volta che si trovava a pochi metri da Virginia.
Giunto il fatidico giorno, mentre Virginia sgomberava la sua scrivania, un sibilo familiare le attraversò le orecchie:
« Credi davvero di poter trovare un altro posto come questo? Un altro lavoro che ti possa dare tanto? Posso strappare le tue dimissioni oggi stesso, possiamo ridiscutere le condizioni del tuo contratto se vuoi...» Per quanto Silvia fosse una brava venditrice, quella trattativa sembrava metterla estremamente a disagio, sentiva di non essere al posto giusto nel fare quelle proposte.
« Rimani nel tuo settore, Comprare è difficile... delle volte impossibile.» Disse Virginia sollevando la scatolina che racchiudeva al suo interno le poche cose che voleva portare via da quel posto con se.
Silvia spalancò la bocca dando l'idea di non ricordarsi come fare per chiuderla, ed approfittando di quel momento Virginia si chinò per cingerli il braccio libero attorno alle spalle.
« Grazie di tutto! Ci vediamo al compleanno dei bambini se ti va...»
a quelle parole i capelli di Silvia si sgonfiarono un po' mentre la bocca si chiuse in un sorriso, lasciando Virginia libera di abbandonare quell'ufficio senza rimpianti e con la fresca sensazione dell'erba sotto i piedi.
Giunta alla sua macchina poggiò la scatola nel bagagliaio e ne estrasse un piccolo blocco per gli appunti dove riportò un pensiero che gli attraversò la mente durante la sua passeggiata verso la macchina:

-l'ultimo passo è sempre il più emozionante, ma sono i precedenti a renderlo tale. Non bisogna saltarne nessuno.-

L'avrebbe usato nel prossimo libro di racconti, o forse nel successivo ancora, doveva scriverne perlomeno altri tre quindi aveva bisogno di ogni più piccola idea che le attraversasse la mente o in breve tempo avrebbe dovuto far ritorno a quell'ufficio, ricordando che il pavimento non era d'erba ma di freddo marmo.
Ma non valeva la pena pensarci ora. Il suo primo libro vendeva bene, poteva passare più tempo con la figlia prima che giungesse all'età in cui “passare del tempo assieme” potesse diventare una sorta di tortura, prima per una e di conseguenza anche per l'altra.
Aveva ancora un'oretta prima di dover prendere i bambini a scuola, poteva prendersi un attimo per se, anche perché tornando a casa avrebbe solamente disturbato il riposo di Luigi. Mise il blocco per appunti nella borsetta e, dopo aver chiuso la macchina, si avviò verso un parco non troppo lontano dove avrebbe potuto prendere un po' d'aria fresca e magari bere un caffè in un chioschetto che sarebbe dovuto essere ancora aperto benché la stagione estiva fosse sul punto di concludersi. Purtroppo non era così ma la possibilità di togliersi le scarpe e passeggiare scalza sull'erba come aveva immaginato di fare per un mese fu decisamente meglio della dose di caffeina del chiosco.
Una piccolo premio per il duro lavoro, per gli obbiettivi raggiunti, e per incentivare tutto quello che sarebbe venuto da quel giorno in poi.
Era tutto perfetto, fino a quando non sentì qualcosa pungerle il piede. Abbassò lo sguardo, e trovò una piuma nera fare capolino da sotto le sue dita. Un brivido le attraversò il corpo dal tallone alla nuca facendole indossare velocemente le scarpe e poi correre dritta verso la macchina. Doveva tornare di corsa dai bambini e assicurarsi che si trattasse solo di una coincidenza.

mercoledì 24 novembre 2010

Alessandro


La maestra di Lydia e Teo, Maria Donori, era una donna minuta, anche rimanendo un paio di gradini più in alto rispetto alla madre di Alessandro la sua testa non arrivava nemmeno a sfiorarle le spalle. Una volta salutata la signora Neumenn con un sorriso, si guardò attorno per vedere se la sua classe si era già riunita davanti a lei e dato che sembravano mancare ancora un paio di volti cominciò a richiamare l'attenzione alzando la voce.
«Buongiorno Bambini!! tutti quelli del terzo anno si mettano qui in fila! Entriamo in classe, su su!»
In fretta anche i bambini un po' più lontani e quelli che erano rimasti al fianco dei genitori imbracciarono i loro zainetti e si misero in fila davanti alla maestra, da prima un con un po' di disordine poi restringendosi sempre più in una fila per due mentre la maestra Maria agitava le braccia allargandole e poi ritirandole, come una chioccia che allarga le ali per avvicinare a se i suoi pulcini.
Una volta creato l'ordine, la maestra si guardò attorno e dopo l'ingresso della seconda classe fu il turno dei suoi allievi. Facendosi da parte invitò Lydia e Veronica, le prime della fila, a cominciare ad incamminarsi verso la classe seguite a ruota da Alessandro, Teodoro e la coppia formata da Margherita e Domenico che, dagli sguardi corrucciati, sembravano dispiaciuti dal dover dare la mano ad una poco gradita seconda scelta.

Lydia guidò i compagni lungo il corridoio, superò quella che sino all'anno precedente era la sua classe, ma non riuscì a resistere alla tentazione di darvi un piccolo sguardo all'interno. Trovando un bambino seduto a quello che era il suo posto provò un piccolo moto di gelosia, ma si accorse velocemente che era sciocco da parte sua, e augurandosi che quel bambino non fosse un vandalo tale da rovinare il suo banco con stupidi disegnini proseguì verso la porta su cui una targhetta indicava la classe terza. Vi era anche la lettera “A” sulla targhetta ma ormai non aveva alcun senso. Vi era solo una sezione per ogni classe in quella scuola, da anni ormai nella zona non nascevano abbastanza bambini per formare due classi in quella scuola, e anche se l'edificio poteva ospitare sino a tre sezioni per anno, tutto quello spazio finì per diventare laboratori di gioco e studio o semplici magazzini per il materiale inutilizzato.
Arrivati davanti alla classe Lydia attese l'arrivo della maestra Maria e come questa aprì la porta fu come l'accensione delle luci verdi ad una gara automobilistica. I più veloci spingevano i più lenti e ognuno cercava di prendere il suo posto preferito. Chi quello vicino alla finestra, chi quello più nascosto alla cattedra e chi invece preferiva stare in prima fila per poter vedere meglio la lavagna senza dover mettere degli imbarazzanti occhiali rosa, come ad esempio Veronica, che fortunatamente trovandosi prima della fila riuscì nel suo intento senza problemi. Lydia invece preferì prendere posto alla destra della finestra, così da poter avere un posto dove svagarsi quando la lezione diventava troppo pesante e Margherita prese posto affianco a lei. Domenico Prese il secondo posto vicino alla finestra, proprio dietro Lydia e mise la mano ben aperta sulla sedia al suo fianco per tenere il posto a Teo, il quale, scoprì che a differenza della seconda classe dove i banchi erano disposti a gruppi di tre, in quella classe erano raggruppati due alla volta, più un banco posto al fianco della cattedra per l'angelo custode della maestra, ovvero quel bambino che di mese in mese si dimostrava più bisognoso di qualcuno di severo come compagno di banco.
Quel sistema era caduto quando Teo aveva fatto notare che essendo ventuno in classe, era possibile disporre i banchi a gruppi di tre per dare a tutti un compagno di banco, ma in quella classe non era possibile adottare lo stesso sistema in quanto molto più lunga che larga e inoltre quell'anno con l'arrivo di Alessandro ci sarebbe stato bisogno di un banco in più, ma non era quello il problema di Teodoro. Si era accorto che non poteva mantenere la promessa Fatta poco prima di essere il compagno di banco di Alessandro senza rompere il sodalizio con Domenico che li vedeva compagni di banco già dai tempi dell'asilo. Nell'esitazione non si accorse che il resto della classe aveva preso posto con eccezione di lui, Alessandro e Enrico, un compagno di classe amante del calcio con cui Teo non aveva mai trovato modo di fare amicizia.
Prima che la maestra potesse dire niente Teo Prese la parola:
«Maestra, manca un banco... Vado a prenderlo?» la proposta era più una fuga dal dover scegliere tra l'amico e la promessa fatta ad un possibile nuovo amico.
«Va bene, ma fai in fretta! Alessandro accompagna questo bambino e dagli una mano!» sentenziò la maestra Maria trovando un sorriso di assenso nel volto dei due bambini.

Tra le classi divenute magazzini una in particolare veniva chiamata dai bambini (o forse solamente da Lydia e Teo)“cimitero”. ospitava tutti i banchi e le sedie non più utili, in particolare quelli rotti o rovinati dal tempo erano tutti accatastati uno sull'altro e, dato che piano piano tutte le lampadine erano state usate per sostituire quelle fulminate nelle altre classi, nelle occasioni in cui mancavano bulbi nuovi a disposizione, la classe era sempre buia e grigia. Quel grigiore metteva sempre a disagio quei bambini che la maestra mandava a sostituire la propria sedia o il proprio banco. Capitò persino che in una classe la porta venne via dai cardini rompendosi, così per sostituirla fu usata la porta del cimitero donando alla stanza un aspetto ancora più inquietante.

Il cimitero si trovava sulla parte opposta del corridoio della terza classe un paio di metri più in fondo. Arrivati sulla sua soglia Teo e Alessandro dovettero fare forza sulla porta semiaperta per entrare nella classe e anche se entrambi erano intimoriti dall'atmosfera del luogo solo per Alessandro era difficile nasconderlo. Teo, che sapeva a cosa andavano incontro già da prima di uscire, lo rassicurò: «sono solo banchi! Scegline uno che lo portiamo in classe...»
«Ok, qvesto?» fece Il bambino sollevando il banco come se nulla fosse e mostrandolo a Teo, il quale sbarrò gli occhi e fece un cenno d'assenso al bambino.
«Si... se ci riesci da solo io prendo la sedia... » disse, e prendendo la sedia uscirono in fretta dal cimitero ritornando nella loro classe.
Al loro ritorno Enrico era seduto al fianco di Domenico che mal celava il suo disappunto per quel compagno di banco imposto. Teo evitò il suo sguardo mentre prendeva il banco dal fianco della cattedra per sistemarlo in fondo alla classe vicino a quello appena portato da Alessandro, per fortuna questi gli diede una mano o non sarebbe riuscito a trasportarlo da solo con la stessa facilità dell'altro bambino.

Una volta che tutti ebbero preso posto La maestra fece l'appello e dato che tutti erano presenti diede il via all'anno scolastico con un bella chiacchierata
«Ciaoo! Come state tutti bene?»
«Si» risposero tutti con un coretto più o meno armonico...
«Avete passato delle belle vacanze?»
«Si»
«Benissimo! Oggi vorrei che mi raccontaste qualcosa, ma prima... voglio presentarvi il nuovo compagno di classe... Alessandro, puoi venire qui vicino a me?»
Nell'imbarazzo dovuto dall'avere 44 occhi puntati addosso Alessandro risponde all'affermazione della maestra raggiungendola alla cattedra e girandosi verso il resto della classe cerca di fare un piccolo cenno di saluto con la mano mantenendo la bocca chiusa e le guance rosse.
«Alessandro viene dalla Germania, il padre è italiano e quindi sa un po di italiano ma deve fare pratica... puoi presentarci e raccontarci qualcosa di te e della tua famiglia?» La maestra volle dargli una comprensiva imboccata ma per un po nella classe non regno altro che il silenzio, ma quando questo diventò troppo pesante anche per lui, l bambino decise di liberarsene:
«Mi kiamo Alessandro Armato, fengo da Stuttgart, mio padre doveva fenire qvi per lavoro e ci siamo trasferiti qvesta estate, non sono molto bravo a parlare ma foglio migliorare... non so cosa dire ancora... sono finito...»
Le risate invasero tutta la classe, ma mentre alcuni come Lydia cercavano di nascondere la bocca con la mano, altri come Domenico ed Enrico proprio non volevano contenersi. Teo non riuscì a trattenere il sorriso, ma lo fece sparire velocemente notando l'imbarazzo rafforzare il colore delle guance del nuovo compagno di classe. La maestra batté la mano sulla cattedra quattro volte per ritrovare il silenzio nella classe, e una volta ristabilito prese la parola:
«Alessandro sei stato molto bravo a presentarti! Hai fatto solo un piccolo errore: quando vuoi dire che hai finito qualcosa si dice “ho finito”. Forse i tuoi sciocchi compagni non sanno che in tedesco il verbo che aiuta il verbo finire, è il verbo avere, e non il verbo essere come in italiano. Sei stato molto bravo a tradurre... Domenico o Enrico vogliono dire qualcosa in tedesco per salutare il nuovo compagno? » i due bambini impallidirono «Niente? Immaginavo. Alessandro vai a posto.... oggi vorrei che tutti mi raccontaste qualcosa delle vostre vacanze...»
Mentre Alessandro andava a posto Teo gli rivolgeva un grande sorriso e tirandogli indietro la sedia lo invitò a prendere il posto che gli spettava.
«In che parte della germania è Stuttgart?» chiese al compagno di banco...
«èh nello Baden-Württemberg...» rispose lui candidamente, ma leggendo una certa confusione degli occhi di Teo si affrettò ad aggiungere «...Ficino alla foresta nera»
«wow!» Era l'unico commento possibile ad una risposta che, per quanto incapace di dare una giusta risposta, comprendeva il nome di un posto troppo interessante da lasciar passare senza un commento di ammirazione.